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Una città bella come solo Genova sa essere e diecicose OpenCamp. Sono questi gli ingredienti di un pomeriggio (venerdì 11 dicembre) in cui si è parlato  – e socializzato – di digital marketing e social adversiting nella cornice della sala congressi dell’Hotel Holiday Inn, a pochi passi dalla Darsena. Ecco il meglio di quanto abbiamo ascoltato.

1. La vanità del social media manager

Alessandro Facco di Marketing Arena parla delle metriche della vanità. Sono quei numeri manipolabili (come followers e like) che in certi casi non sono impattanti sugli obbiettivi dell’azienda. Che un dato sia o meno una metrica della vanità dipende da cosa si vuole ottenere. Alessandro fa un esempio molto concreto. Pensiamo ad un e-commerce che ha come fine quello di aumentare le sue vendite online: a seguito di una campagna sui social avrà incrementato i suoi seguaci fino a un numero di cui potersi “vantare”, che tuttavia non gli garantisce nessuna vendita. Concludiamo questo primo intervento con due parole chiave:

  • Bisogno: prima di fare una campagna sui social verifichiamo che il target abbia bisogno del prodotto o del servizio che l’azienda offre, altrimenti dovremmo prima generarlo.
  • Real Time (non il canale tv): essere sempre attenti e ricettivi a quello che succede all’esterno. La società e gli eventi impattano notevolmente sul business se si sanno sfruttare con prontezza i fattori esterni.

Non sempre un grande numero di followers ha un impatto reale sul business

2. Content is King (or the only marketing left)

Rocco Rossitto, autodefinitosi «il cugino bravo col computer che fa quello che pensi di saper fare ma che non hai tempo di fare», ci accompagna in un excursus nel regno di sua maestà il Content Marketing, ricordando allo Storytelling di essere solo un suo suddito e non un format. In un mondo come quello digitale e social la presenza di un’azienda può apparire troppo autoreferenziale e al limite dell’invadente. Qui entra in gioco il Content Marketing, che permette di farsi conoscere e attrarre “strangers” attraverso delle storie che direttamente o indirettamente li portino a conoscere l’azienda, con lo scopo di renderli dei “leads” e nel migliore dei casi “clienti” e poi addirittura “promoters”. In base ai bisogni della nostra audience decideremo se i nostri contenuti saranno razionali (educativi, convincenti) o emozionali (inspiring, entertaining). I contenuti non devono necessariamente essere incentrati sul prodotto, ma possiamo attirare o soddisfare l’interesse di chi ci legge raccontando ciò che gli sta intorno. Alcuni esempi? Airbnb (ha un blog che fa una guida ai quartieri) e Red Bull (che sponsorizza eventi “estremi” producendo contenuti video con forte ricaduta sui social).

Il bello delle storie non sta solo nel raccontarle, ma nel farle vivere

3. Abbiamo i contenuti e ora? Social, social, social!

@chiarabarbieriPaolo Ratto, Co-Founder di @twowdigital, ci fa notare come i social networks, entrando a contatto non solo coi nostri dati ma anche con il database di contatti e le app personali, in pratica ci conoscono non solo meglio dei nostri amici, ma dei genitori. Tuttavia è proprio questo che ci permette di selezionare in maniera certosina a chi ed in quale momento della sua vita inviare i contenuti. Sono uno strumento ideale per la distribuzione dei contenuti, specialmente Facebook che, con poca spesa, ci permette di raggiungere  target molto selezionati (attraverso campi come interessi, life events, posizione geografica, età…). È inoltre possibile individuare gruppi simili (look alike) a quelli da noi scelti in precedenza o fare retargeting a chi magari ha già visitato la pagina dell’azienda.

Distribuire un contenuto è importante quanto crearlo

4. Se chiedi il prezzo è perché non te lo puoi permettere

Il quarto intervento è di Dario Salvelli, social media manager per Lamborghini. Ora parliamo di social e brand di lusso. La carrellata di dati introduttiva ci suggerisce che la consistente presenza dei “ricchi” su questi canali, assieme alla possibilità che i Millennials diventino i prossimi acquirenti di beni di lusso ne rende consigliabile l’uso per questa tipologia di brand. Le priorità e i comportamenti saranno differenti rispetto a marchi con posizionamenti inferiori. Le tempistiche di risposta ed il rispondere in sé non sono qualcosa di prioritario, a meno che non ci sia un influencer dall’altra parte (ad esempio Justin Bieber con la sua nuova Lamborghini su Instagram).
La cosa più importante è la reputazione del marchio: evitare o risolvere eventuali crisi (commenti negativi al brand), pubblicare pochi contenuti ma rilevanti e capire la fascia di reddito di chi mette like.

Il lusso non risponde al bisogno, ma al sogno

5. Google Adwords: per uno che cerca molti si fanno trovare

@dieci_coseÈ la volta di Emanuela Genovesi e Saverio Bruno che ci illustrano la loro esperienza ed un’interessante case history con Google Adwords. Bisogna premettere che questo programma di Google ha dato dei risultati interessanti in associazione ad altre attività di web marketing e ad un’attenta analisi di mercato. L’esempio riportato è stato quello di “MyParking”, un servizio online che permette di prenotare posti auto in Italia. I risultati? Aumento del fatturato e… provate a digitare su Google!

Non si vive di solo Adwords: il SEM dev’essere integrato in una strategia di web marketing più articolata