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Categoria: Winefacts
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Negli scorsi mesi, si è fatto un gran parlare del primato italiano, a livello globale, sull’export del vino. Si è parlato del Prosecco che ha superato lo Champagne, e di come il nostro vino sia più esportato di quello francese. Con punte di orgoglio nazionalistico a tratti davvero imbarazzanti. Dobbiamo esserne orgogliosi? Più o meno…Quello che le statistiche mettono in luce è un primato in termini di volumi, non di prezzi medi. Ossia, venderemo anche molto all’estero, ma a valori medi di circa un terzo rispetto ai nostri cugini d’Oltralpe.

E senza prezzi, non ci sono i margini, non c’è redditività per il sistema, non c’è la possibilità di continuare a investire in qualità e posizionamento.

Di questi prezzi bassi spesso sono state accusate le cantine sociali, ossia le cooperative di trasformazione che inglobano centinaia di viticoltori, vinificando le loro uve e garantendo loro una congrua remunerazione della materia prima. Indubbiamente, la maggior parte delle cantine cooperative, avendo per le mani grandi volumi e dovendo necessariamente “piazzarli” sul mercato (in grandissima parte come vino sfuso, che poi altri imbottiglieranno) per adempiere ai loro doveri statutari, non hanno contribuito all’aumento del valore del vino italiano.

Ma ci sono esempi virtuosi, segno che i tempi stanno cambiando. Molte stanno puntando sulla costruzione di un loro brand, sull’aumento del valore percepito del prodotto, e stanno puntando sulla loro capacità di produrre grandi volumi con qualità costante per penetrare nuovi mercati.

Noi scommettiamo che proprio le cantine cooperative avranno un ruolo chiave nel futuro del vino italiano. Eccone quattro che stanno lavorando particolarmente bene in termini di comunicazione e visual identity. Con l’auspicio che a questo investimento segua una politica commerciale imperniata sulla consapevolezza dei propri mezzi, della qualità dei vini e dell’impatto dell’immagine.

Mandrarossa

Il nome sulle prime potrà non dirvi un granché, essendo un brand che Cantine Settesoli ha creato principalmente per l’export e per il settore della ristorazione italiano. Mandrarossa ha dalla sua un territorio magnifico, quello di Menfi, con condizioni climatiche e varietà ampelografica senza pari. Di grande impatto la loro visual identity e il loro stile di comunicazione, all’altezza di un grande marchio. E la qualità dei vini non scherza, visto che quest’anno il loro Timperosse, un petit verdot in purezza che nel menfitano ha trovato un terroir d’elezione, è stato addirittura insignito dal Gambero Rosso del prestigioso premio Tre Bicchieri.

Cantina di Nizza

Senza dubbio i maggiori rappresentanti del mondo della Barbera, hanno da poco cominciato a investire sull’imbottigliato, essendosi già affermati nel segmento vendita diretta con uno dei punti vendita aziendali più curati e di successo dell’intero Piemonte. E a questo hanno abbinato un packaging di assoluto livello in termini di coerenza con i valori della cooperativa e riconoscibilità (si veda su tutti la splendida bottiglia di In Origine, la Barbera d’Asti biologica premiata nel 2014 dal Vinitaly con l’Etichetta d’Oro all’International Packaging Competition).

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Cantina di Negrar

Con un’immagine web da azienda premium, questa cantina dimostra come il valore della collettività può essere sfruttato per creare contenuti in grado di agevolare il posizionamento dei prodotti sul mercato internazionale. Senza dubbio è anche grazie al loro lavoro che l’Amarone gode di uno stato di grazia nell’immaginario del consumatore finale.

Cattura

Cantina di Clavesana

Sicuramente agli addetti ai lavori non è passato inosservato l’allestimento dello stand al Vinitaly. Scarponi appesi a filari di vigna, a significare il ruolo centrale del lavoro in vigna dei soci viticoltori. Un ulteriore spunto per valorizzare il ruolo della comunità nel lavorare insieme per un vitigno, il dolcetto, e un territorio, il Dogliani, che hanno grandi potenzialità, al momento non pienamente riconosciute dal mercato. Da anni la cantina sta investendo in una immagine di rottura con il passato, con una fortissima estetica contadina e al tempo stesso contemporanea.

 

Senza prezzi, non ci sono i margini, non c’è redditività per il sistema, non c’è la possibilità di continuare a investire in qualità e posizionamento.

Se crescono le cantine cooperative non crescono solo capitali privati, ma intere comunità e i territori che rappresentano. E la crescita del territorio e della denominazione è la chiave indiscussa per aumentare il valore percepito del prodotto. La strada per arrivare al posizionamento dei vini francesi è ancora lunga, ma riconosciamo questo nostro asset. Non lasciamoci scappare questa opportunità.