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OCM vino, comunione di lamenti e di intenti

Se è vero che a questo punto dell’anno il vino ha finito di ribollir nei tini lo stesso non si può dire che stia facendo nel Ministero delle Politiche Agricole. Le ultime due settimane per il Ministro Martina sono state caratterizzate da missive portavoce dello scontento di alcuni rappresentanti del mondo del vino. Relativamente alle rimostranze suscitate dalle graduatorie per l’assegnazione del budget Ue destinato alle attività di promozione: dopo la lettera firmata dal presidente di Unione Italiana Vini Antonio Rallo che chiedeva di chiarire il prima possibile la situazione dell’assegnazione fondi OCM vino è giunta la notizia che l’Istituto Grandi Marchi guidato da Piero Mastroberardino ha inviato una diffida stragiudiziale e istanza di revoca in autotutela della graduatoria emessa in data 14 ottobre scorso.

Dopo quest’onda di malcontento sugli OCM vino, non si è fatta attendere la successiva, dettata dal tema della dematerializzazione dei registri vinicoli, con l’annessa lettera al Ministro Martina dei 200 vignaioli che lamentano questa procedura ed un sistema burocratico che danneggia i piccoli produttori. In proposito si sono già espressi diverse personalità del mondo viticolo tra cui Andrea Kihlgren, titolare dell’Azienda Agricola Santa Caterina di Sarzana, Matilde Poggi, presidentessa della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, Filippo Mobrici, presidente del Consorzio di Tutela dei vini d’Asti e del Monferrato, Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia. Sull’argomento Slowine ha realizzato un dossier di approfondimento che comprende anche una guida pratica all’uso dei registri telematici.

Bianco, rosso, green

Se sul lato burocratico e sugli OCM vino le opinioni contrastanti sono all’ordine del giorno sempre più consensi sta raccogliendo la viticoltura orientata all’ecosostenibilità tanto che questo trend sarà tra i temi portanti del Congresso Nazionale Assoenologi n. 72. Non solo i dati SINAB attestano un notevole incremento delle conversioni al biologico dal 2015 ma gli stessi consorzi prendono provvedimenti volti alla promozione ed all’attuazione di una viticoltura sostenibile. Ad esempio il Consorzio di tutela del Prosecco DOC intende vietare l’utilizzo di molecole di Glifosate, Folpet e Mancozeb e il Consorzio della Valpolicella che col bollino RRR certificherà l’adozione, da parte delle singole aziende, del protocollo “Riduci Risparmia Rispetta”.

L’importanza di un nome

Tartufo bianco di… E mentre il caso Nocciola è in attesa della prima udienza al Tar del Lazio per discutere la registrazione della “Tonda gentile delle Langhe” nel Registro nazionale delle varietà delle piante da frutta, ora anche il Tartufo bianco d’Alba sembra essere in pericolo. O meglio, il suo nome. Infatti, la legge attuale che prevede l’utilizzo di sinonimi come “tartufo bianco”, “tartufo di Alba” “tartufo del Piemonte” o “tartufo di Acqualagna” per indicare il Tuber magnatum Pico parrebbe obsoleta proprio sotto il profilo normativo: questi sinonimi ingannerebbero il consumatore in caso di tartufi bianchi non piemontesi o marchigiani. Purtroppo questa non è l’unica parte della nuova bozza di legge che preoccupa.

Pare infatti che si voglia proibire anche la raccolta notturna del Tuber, tradizione antica che vede i trifolai trascorrere le notti nei boschi a cercare trifole al chiaro di luna. Giuliano Viglione, direttore dell’Associazione dei Commercianti Albesi, non comprende come il Ministero possa pensare che, separando i due termini in questione (‘Tartufo bianco’ e ‘d’Alba’), ci siano dei vantaggi: “genererebbe uno scenario di confusione nei consumatori e un danno economico per gli operatori del commercio e di tutta la filiera del tartufo, che – senza esagerare possiamo dire – comprende la ristorazione di livello del nostro territorio e il turismo stesso, considerato il forte appeal esercitato dal tartufo bianco d’Alba sui visitatori e gli appassionati di enogastronomia della platea internazionale”.